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Psicologia dello sport: cos’è e perché può esserti utile

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Psicologia dello sport: cos’è e perché può esserti utile

Vorresti inserire un po’ di psicologia nella tua pratica sportiva? Benvenuto nel nostro approfondimento sulla psicologia dello sport 🏃

“Gestire bene la parte umana di una squadra è il mezzo che segnerà la differenza da qui in avanti, perché su tutto il resto si è già lavorato”.

Marcelo Bielsa 

La psicologia dello sport è un disciplina affascinante e in costante evoluzione, dove la mente, i pensieri e le emozioni occupano un posto d’onore e giocano un ruolo fondamentale nel determinare le prestazioni degli atleti e il successo delle squadre.

Come sottolineato da Marcelo Bielsa – il visionario allenatore argentino vincitore di tre titoli nazionali e di un oro olimpico, stimato in tutto il mondo per il suo approccio metodico, quasi scientifico, al gioco del calcio – la gestione efficace degli aspetti umani può fare una differenza enorme nel mondo dello sport, soprattutto considerando il livello ormai raggiunto in campo tecnico e nella preparazione fisica degli atleti.

In questo articolo, faremo un piccolo viaggio nella psicologia dello sport, cercando di mettere in luce il valore aggiunto che le scienze psicologiche possono portare al contesto sportivo.

Pronti? Partiamo 🙂

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COSA TROVERAI IN QUESTO ARTICOLO

  1. Cos’è la psicologia dello sport?
  2. Cosa fa lo psicologo dello sport?
  3. Psicologia dello sport e atleti: la gestione dei pensieri e delle emozioni
  4. Psicologia dello sport e allenatori: l’importanza della comunicazione
  5. Conclusioni – Psicologia dello sport: vuoi fare il prossimo passo con noi?

1) Cos’è la psicologia dello sport? 

Riprendendo la classificazione “EUROPSY”, possiamo definire la psicologia dello sport come la branca della psicologia che si occupa dello studio dei processi cognitivi, emotivi e comportamentali che influenzano le prestazioni degli atleti e delle squadre. La psicologia dello sport esamina anche l’impatto dell’esercizio fisico e della partecipazione alle attività sportive sulle dimensioni psicologiche degli individui.

La formazione dello psicologo dello sport

Formalmente, lo psicologo dello sport possiede una Laurea Magistrale in Psicologia (o lauree equivalenti dell’ordinamento previgente), ha svolto un anno di tirocinio, ha superato l’Esame di Stato ed è iscritto ad un Albo regionale. Data la specificità dei suoi compiti professionali, risulta particolarmente indicata la partecipazione a Corsi di Alta formazione o Master nello stesso ambito.

Storia ed evoluzione della psicologia dello sport

Le origini

Facendo un rapido excursus storico, occorre sottolineare come, già dai primi Giochi Olimpici ateniesi, fosse risultata evidente l’influenza della mente sulla pratica sportiva, come testimoniato da alcuni celebri manoscritti (tra cui quelli di Omero ed Euripide) in cui l’esito di una competizione era ricondotto non solo alla preparazione atletica, ma anche a  caratteristiche psicologiche come il coraggio o “lo stato d’animo”.

I primi studi accademici

Eppure, i primi studi sulla performance in situazioni di agonismo risalgono solamente al 1897, grazie ai contributi di Norman Triplett, psicologo della Indiana University. Coleman Griffith (1925), che istituì il laboratorio di ricerca e di Psicologia dello Sport presso l’Università dell’Illinois, è invece considerato il padre della psicologia dello sport americana.

La nascita delle organizzazioni internazionali

Per assistere al primo Congresso Mondiale di psicologia dello sport, occorre tuttavia attendere il secondo Dopoguerra, grazie all’enorme spinta proveniente dallo psichiatra italiano Ferruccio Antonelli: nel 1965, giunsero a Roma quasi cinquecento studiosi da trentasette nazioni diverse e fu costituita la ISSP – Società Internazionale di Psicologia dello Sport (International Society of Sport  Psychology).

Lo sviluppo in Italia

Sempre con il contributo di Antonelli, nacquero poi la Società Scientifica Europea FEPSAC (1970) e l’AIPS –  Associazione Italiana Psicologia dello Sport (1974). Dalla fine degli Anni Novanta in avanti, fu infine la volta della  SIPsiS – Società scientifica di psicologia dello sport (1998), della SPOPSAM – Società Professionale Operatori di Psicologia dello Sport e delle Attività Motorie (2008), del PdS – movimento Psicologi dello Sport (2016) e della FIPsiS – Federazione Italiana Psicologi dello Sport (2022).

La moderna psicologia dello sport

Pur essendo ancora relativamente giovane, quantomeno in Italia, la psicologia dello sport si è rapidamente differenziata in una serie di campi di applicazione differenti, al punto che oggi sempre più sportivi e società vi fanno ricorso, con testimonianze sincere ed entusiastiche giunte fino alle orecchie del grande pubblico.

Lo psicologo dello sport non interviene solo a livello individuale, ma anche di gruppo. Infatti, si può occupare di una squadra con l’obiettivo di facilitare le interazioni, la comunicazione, la cooperazione, la coesione e la focalizzazione su obiettivi comuni. Un ulteriore campo di azione può essere rappresentato dalla sfera organizzativa e manageriale, specialmente nelle realtà sportive di ampie dimensioni, mettendo la propria competenza al servizio della progettazione.

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2) Cosa fa lo psicologo dello sport?

Il CNOP (Consiglio Nazionale Ordine degli Psicologi) ha delineato con completezza le principali funzioni e le attività professionali caratteristiche dello/a psicologo/a dello sport.

Eccole:

Assessment e valutazione

1. Assessment delle caratteristiche psicofisiche, motivazionali e di personalità degli sportivi e monitoraggio delle loro prestazioni.

2. Analisi e valutazione delle interazioni e delle dinamiche socio-affettive nei gruppi e nelle squadre sportive.

3. Selezione, costruzione, adattamento, standardizzazione, somministrazione e interpretazione di strumenti di indagine psicologica funzionali alla sintesi psicodiagnostica (test, inventari e questionari su abilità cognitive, interessi, motivazioni, personalità, atteggiamenti, interazioni di gruppo e sociali, sindromi patologiche, idoneità psicologica a specifici compiti e condizioni, ecc.).

Consulenza e sostegno

4. Training individuale per l’incremento di abilità cognitive (attenzione, concentrazione, ecc.) coinvolte nelle prestazioni.

5. Consulenza individuale e di gruppo nell’allenamento e preparazione alla gara per migliorare l’apprendimento delle tecniche relative alle singole discipline sportive e affrontare le loro specifiche domande psicologiche.

6. Counselling per lo sviluppo di strategie atte a superare le difficoltà nella competizione e migliorare le performance mediante la definizione degli obiettivi, la visualizzazione dell’esecuzione motoria corretta dell’attività da eseguire o di parte di essa (imagery), le tecniche di rilassamento, l’autoanalisi delle prestazioni.

7. Counselling agli atleti per acquisire strategie mentali adatte a superare battute d’arresto psicofisiche, motivazionali ed emotive, gestire situazioni di stress, ottimizzare il recupero post-infortunio, migliorare la percezione di auto-efficacia.

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8. Assistenza agli istruttori e allenatori per potenziare la coesione di squadra, le funzioni di leadership e le comunicazioni infragruppo e per facilitare l’esperienza di formazione sportiva per giovani atleti in centri residenziali e convitti.

9. Consulenza psicosociale e organizzativa per il management delle attività nell’ambito di società sportive, di centri specialistici delle federazioni sportive, di grandi impianti sportivi.

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Promozione, formazione e progettazione

10. Promozione delle attività sportive per varie categorie di persone (bambini, adolescenti, giovani, adulti, anziani) che possono trarre dall’esercizio fisico miglioramenti delle loro condizioni di salute fisica e mentale.

11. Formazione psicologica di base e sensibilizzazione verso lo sport di insegnanti, educatori, operatori dei servizi, ecc.

12. Progettazione, realizzazione e valutazione di programmi di esercizio fisico e di educazione sportiva per migliorare lo stato di benessere di specifiche categorie di persone (bambini, adolescenti, giovani, adulti, anziani) e in vari contesti educativi, scolastici, organizzazioni di lavoro e sociali.

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13. Progettazione e realizzazione di ricerche valutative e di indagini sui fattori psicofisici, motivazionali, relazionali che influenzano la prestazione, la persistenza dell’impegno nelle attività, lo sviluppo delle abilità psicomotorie.

14. Attività di sperimentazione e didattica nell’ambito delle specifiche competenze caratterizzanti il settore.

Quindi…

Come emerge dall’elenco sopra riportato, gli ambiti di intervento della psicologia dello sport possono essere molteplici:

  • si va dai settori giovanili (per motivare e accompagnare i/le giovani atleti/e, gestire i rapporti con i genitori, valorizzare il talento, prevenire l’overtraining e il drop-out),
  • all’alto agonismo (per ottimizzare la prestazione dell’atleta, aiutarlo nella gestione dello stress, prevenire il burnout, promuovere la coesione di gruppo),
  • al rientro post-infortunio (comprendendo il dolore dell’atleta e preparandolo al rientro),
  • alle società sportive (intervenendo sugli staff e sui dirigenti, sostenendole anche nella gestione delle relazioni esterne)

Percorsi di intervento in psicologia dello sport: due esempi concreti

A titolo esemplificativo, ti raccontiamo di seguito due possibili percorsi in psicologia dello sport, uno per l’atleta, focalizzato sulla gestione degli elementi mentali implicati nella performance (ossia pensieri ed emozioni), e uno per allenatori/allenatrici, dedicato alla comunicazione efficace.

3) Psicologia dello sport e atleta: le gestione di emozioni e pensieri  

Il tema delle emozioni tocca tutti, in ogni fascia d’età, dal professionismo al dilettantismo. Per gestirle, è importante condividere con l’atleta considerazioni e strategie che la ricerca in ambito psicologia dello sport ha indicato come utili. Tra le emozioni con cui tutti gli atleti devono imparare ad avere a che fare ci sono certamente la paura e l’ansia

Paura e ansia: di cosa stiamo parlando?

Innanzitutto, cosa è la paura (l’ansia)?

Umberto Galimberti, all’interno del “Dizionario di psicologia”, la definisce così: “Emozione primaria di difesa, provocata da una situazione di pericolo che può essere reale, anticipata dalla previsione, evocata dal ricordo o prodotta dalla fantasia”.

📚 Per essere precisi, nonostante siano spesso utilizzati come sinonimi, paura ed ansia non sono esattamente sovrapponibili: la prima è un emozione che si attiva di fronte ad un pericolo reale, mentre la seconda, tipicamente umana, può innescarsi anche in relazione ad una minaccia percepita. Per semplicità, nelle prossime righe utilizzeremo “paura” come termine di riferimento.

La paura è positiva o negativa?

Siamo abituati a considerare la paura in termini negativi. Eppure, da un punto di vista evolutivo, essa è sempre stata fondamentale per garantire la sopravvivenza dell’essere umano.

L’individuazione all’interno dell’ambiente di una possibile minaccia (o anche la sua previsione) genera in noi sentimenti di apprensione e timore, nonché uno stato di attivazione psico-fisica (tachicardia, tensione muscolare, sudorazione, fiato corto, etc), che di fatto è ciò che ci permette di reagire e affrontare la situazione.

Ansia e paura nello sport

Se l’attivazione psico-fisica è lo stato di allerta con cui mente e corpo si preparano ad affrontare qualcosa, le ricerche hanno evidenziato come una buona prestazione, in tutti gli ambiti della vita, risulti essere favorita da una condizione intermedia di attivazione, al di sopra e al di sotto della quale si ravvisa un deterioramento (Yerkes e Dodson, 1908). Troppa attivazione o troppo “rilassamento”, infatti, tendono a compromettere le nostre performance.

Questo ovviamente vale anche nel mondo dello sport: presentarsi in campo o in pista troppo “scarichi” (commettendo errori banali per l’assenza di concentrazione) può essere tanto controproducente quanto farlo in preda al panico. 

E i pensieri negativi?

Infine, vale anche la pena di ricordare come circa l’80% dei nostri pensieri contenga almeno un elemento negativo: anche questo meccanismo è parte dell’eredità biologica dell’uomo, la cui mente è stata programmata per scannerizzare l’ambiente e individuare rapidamente i potenziali pericoli. Diventa allora importante per gli atleti identificare strategie mentali per gestire e “lasciare andare” questi pensieri. 

Come aiutare atleti e atlete a gestire l’ansia e la paura? [4 spunti chiave]

Per aiutare atleti e atlete a gestire ansia e paura, abbiamo selezionato 4 spunti chiave:

1. Normalizzazione

Un primo passo è la normalizzazione delle emozioni spiacevoli e dei pensieri negativi. Come abbiamo già detto, avere pensieri negativi e provare stati d’ansia è una condizione fisiologica. Già mettere a fuoco questa consapevolezza permette agli atleti di aumentare la flessibilità mentale con la quale si relazionano a questi contenuti mentali.

2. Ristrutturazione

Quando viviamo condizioni di pressione (come lo sono le performance), siamo pieni di energia: il modo in cui interpretiamo queste vibrazioni può avere un impatto decisivo su come ci sentiremo. Ad esempio, se interpretiamo un battito cardiaco accelerato come segno di inadeguatezza, immaginando una catastrofe imminente e cercando di controllare le emozioni, queste non ci lasceranno scampo. Se invece riusciamo a “etichettare” l’accelerazione del battito cardiaco come pura energia, questa potrà essere indirizzata verso le mete prestabilite, anche durante la pratica sportiva. 

3. Esposizione graduale allo stimolo temuto

Per gestire la paura e l’ansia in modo efficace, una delle strategie più potenti è l’esposizione agli stimoli temuti. Questo approccio prevede di affrontare deliberatamente le situazioni o le attività che generano ansia o paura, permettendo gradualmente alla persona di abituarsi e di adattarsi ad esse.

L’esposizione dovrebbe essere pianificata con cura, utilizzando il framework degli obiettivi SMART (Specifici, Misurabili, Ambiziosi, Raggiungibili, definiti nel Tempo). Gli obiettivi dovrebbero essere sfidanti ma realistici, in modo che l’individuo possa sentirsi motivato a progredire senza essere sopraffatto dall’ansia. A questo proposito, la parola chiave non può che essere una: gradualità.

Cosa significa gradualità?

Volendo utilizzare un esempio calcistico, non tutti coloro che sbagliano un rigore (e sviluppano poi preoccupazioni che l’errore potrebbe ripetersi) sono uguali. Per qualcuno, ritornare sul dischetto potrebbe essere la strategia migliore per “lasciarsi tutto alle spalle”, ma per altri potrebbe essere decisamente troppo, ed un ulteriore fallimento provocherebbe un ancor più paralizzante crollo morale. E allora, si potrà pensare di ricominciare poco a poco, ripartendo da qualcosa di più semplice. Se non da un rigore, magari da una punizione o da un corner, o, perché no, anche dal semplice proporsi per chiedere palla al compagno. Questo approccio progressivo aiuta a ridurre l’ansia e a promuovere una maggiore sensazione di controllo e fiducia nell’affrontare le sfide.

4. Gestione del dialogo interno

Un altro aspetto importantissimo consiste nell’aiutare gli atleti a sviluppare un dialogo interno che sia tollerante e comprensivo. Questo implica acquisire la capacità di auto-sostegno, filtrando attentamente gli input esterni e rilasciando quelli che sono meno utili o addirittura dannosi.

Nel contesto dello sport, infatti, esistono variabili incontrollabili e imprevedibili, come l’avere a che fare con avversari e tifosi che possono esibire comportamenti tutt’altro che supportivi: è dunque cruciale che gli atleti imparino a gestire il loro dialogo interno in modo tale da mantenere una mentalità resiliente e concentrata sulle proprie prestazioni.

Prova allora a farti questa domanda: a tuo parere, quali sono le 5 caratteristiche più importanti dell’atleta ideale?

Se hai scelto qualche parola collegata alla sfera psicologica, come la capacità di gestire pensieri ed emozioni, potresti sicuramente trarre beneficio da un percorso di mental training sportivo.

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3) Psicologia dello sport e coach: l’importanza cruciale della comunicazione

La comunicazione efficace riveste un ruolo di grandissima importanza nel mondo dello sport, in particolare per i coach che devono guidare, motivare e istruire i loro atleti. Attraverso una serie di strategie e approcci comunicativi tratti dalla psicologia dello sport, i coach possono influenzare non solo le performance, ma anche il benessere emotivo e la motivazione dei propri atleti.

Come comunicare efficacemente con gli atleti? [6 indicazioni chiave]

Di seguito, ti proponiamo 6 indicazioni che i coach possono tenere a mente per comunicare più efficacemente con gli atleti e massimizzare l’impatto dei messaggi.

1) Contenuto della comunicazione

Una delle domande più importanti da farsi a questo proposito è la seguente:

Nel corso di un match, per un coach è meglio focalizzarsi su ciò che non sta funzionando, oppure  sottolineare i punti di forza dei giocatori? 

“Steph, una delle cose che mi piacciono di te è che anche nei momenti di difficoltà non hai alcuna esitazione a tirare da lontano. Nessuno della Lega lo fa. E puoi cambiare il corso di partite come questa. È incredibile. Strepitoso. Mi piacerebbe avere la tua fiducia!” 

Steve Kerr

In questo breve confronto con il leggendario Steph Curry, Steve Kerr ex cestista e coach dei Golden State Warriors (con cui ha vinto 4 volte l’NBA) – sembra chiaramente propendere per la seconda opzione: concentrarsi sui punti di forza. 

– L’importanza delle comunicazione incentivante

L’efficacia dei messaggi focalizzati sulla positività è stata dimostrata già da Burrhus Frederic Skinner (1957), uno dei più influenti psicologi della storia, poiché il rinforzo è un processo in grado di aumentare le probabilità che un comportamento venga ripetuto. La comunicazione è una potentissima modalità sociale di gratificazione (si pensi a complimenti ed approvazioni) e di punizione (vedi i rimproveri), ed ha pertanto un ruolo fondamentale nel promuovere o disincentivare un certo tipo di condotta.

In effetti, numerose ricerche hanno evidenziato che gli allenatori preferiti dagli atleti sono quelli che utilizzano spesso diverse forme di incoraggiamento (Smith e Smoll, 1990; Smith, Smoll e Curtis, 1978; Smith et al., 1983). Queste ultime, infatti, contribuiscono a creare un ambiente sereno, come dimostrato dai più recenti studi di carattere neuroscientifico, poiché ogni apprendimento viene immagazzinato insieme al vissuto emotivo provato. Tuttavia, i coach non sempre appaiono consapevoli di tali aspetti. 

– Attenzione agli aspetti non verbali

Inoltre, già nel 1967 Paul Watzlawick ha sottolineato il fatto che con ogni messaggio, non solo trasmettiamo informazioni, ma contribuiamo anche a costruire una relazione con il nostro interlocutore. Nello stesso anno, Albert Mehrabian ha evidenziato la centralità delle componenti non verbali, spiegando che i significati trasmessi dipendono prevalentemente da elementi quali il tono della voce, i gesti, la postura e il contatto oculare.

Insomma, una comunicazione incoraggiante, sia nelle parole che negli aspetti non verbali, è fondamentale per creare un ambiente virtuoso e promuovere il miglioramento. 

2) Selezione dei messaggi

In secondo luogo, i messaggi di un allenatore e di un’allenatrice dovrebbero sempre andare nella direzione di una selezione, considerando anche la progressiva riduzione delle capacità attentive dell’essere umano. In questo ambito, Giuseppe Vercelli, responsabile della area psicologica della Juventus, ha mostrato come le comunicazioni più efficaci, in termini di parole comprese o ricordate, siano quelle sintetiche. 

3) Timing comunicativo

In terzo luogo, per essere davvero ricondotto a quanto effettivamente fatto, e non perdersi nelle pieghe della memoria, un feedback dovrebbe essere erogato il prima possibile, avendo tuttavia l’accortezza di non distrarre gli atleti che lo ricevono.

4) Specificità dei messaggi

In quarto luogo, un messaggio dovrebbe anche sempre essere specifico: se un generico “bravo/a” può confondere, un “bravo/a, ottimo passaggio fatto con i tempi giusti!” indica chiaramente quale sia stato l’obiettivo raggiunto tra i tanti proposti. 

5) Approccio non sempre direttivo

In quinto luogo, l’adozione di un approccio non sempre direttivo, ricco di domande da affiancare a descrizioni e prescrizioni, è molto utile per promuovere l’autonomia dell’atleta, che impara pian piano a prendere da solo/a le proprie decisioni. 

6) Personalizzazione

Infine, la comunicazione dovrebbe essere personalizzata, poiché il bravo coach è sicuramente in grado di trovare la via migliore per interagire con ogni componente della squadra. 

Se alleni, o ti è capitato di farlo, hai mai riflettuto sul tuo modo di comunicare? 

Come nella vita quotidiana, anche nello sport la scelta delle parole è indiscutibilmente importante, ma non sufficiente. Un professionista competente in psicologia dello sport potrebbe aiutarti a riflettere sulle tue strategie o addirittura osservarti dal vivo, per poi restituirti una scheda di monitoraggio dettagliata al termine dell’allenamento o della gara, corredata da numeri e percentuali su cui ragionare insieme. 

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psicologia dello sport per allenatori4) Conclusioni – Psicologia dello sport: vuoi fare il prossimo passo con noi?

Siamo giunti alla conclusione di questo breve viaggio nel mondo della psicologia dello sport.

Ovviamente, ci sarebbe ancora moltissimo da dire su questo argomento ma ci auguriamo, con questo articolo, di averti aiutato a riflettere sull’importanza della mente sulla prestazione sportiva e speriamo di averti dato qualche spunto interessante da applicare fin da subito, sia che tu sia un atleta sia che tu sia un allenatore.

Se sei interessato a esplorare ulteriormente questi temi e approfondire tecniche di psicologia dello sport, siamo qui per supportarti con due percorsi dedicati:

Saremo felici di accompagnarti in questo percorso di crescita 😉

Bibliografia 

  • Consiglio Nazionale Ordine Psicologi – Area di pratica  professionale: Psicologia dello Sport. 
  • Federazione Italiana Psicologi dello Sport – Storia della  Psicologia dello Sport. 
  • Martens, R., Burton, D., Vealey, R.S., Bump, L.A. & Smith,  D.E. (1990) Development and Validation of the Competitive State Anxiety Inventory-2 (CSAI-2). In: Martens, R., Vealey,  R.S. & Burton, D., Eds., Competitive Anxiety in sport, Human Kinetics, Chapaign, 117-190.
  • Mehrabian, A., & Wiener, M. (1967). Decoding of  inconsistent communications. Journal of Personality and  Social Psychology, 6(1), 109-114. 
  • Skinner, B. F. (1957). Verbal behavior. Appleton-Century Crofts. 
  • Smith, R. E., Smoll, F. L., & Curtis, B. (1978). Coaching  behaviors in Little League baseball. In F. L. Smoll & R. E.  Smith (Eds.), Psychological perspectives in youth sports  (pp. 173-201). Washington, DC: Hemisphere. 
  • Smith, R. E., Zane, N.W.S., Smoll, F L., & Coppel, D. B. (1983). Behavioral assessment in youth sports: Coaching 
  • behaviors and children’s attitudes. Medicine and Science in  Sports and Exercise, 15, 208-214. 
  • Smith, R. E., & Smoll, F. L. (1990). Self-esteem and  children’s reactions to youth sport coaching behaviors: A  field study of self-enhancement processes. Developmental  Psychology, 26, 987-993. 
  • Watzlawick, P., Beavin, J. H., Jackson, & D. D. (1967).  Pragmatica della comunicazione umana. Roma: Astrolabio, 1971, 40-107. 
  • Yerkes, R. M., & Dodson, J. D. (1908). The relation of  strength of stimulus to rapidity of habit-formation. Journal of  Comparative Neurology and Psychology, 18(5), 459–482.

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